Disegnare il futuro della Garfagnana

Disegnare il futuro della nostra terra.

Si sta chiudendo un anno storico per l’Italia e l’Europa. Storico perché per la prima volta dopo anni di nebulose ubriacature mediatiche, si sta nuovamente parlando di sistemi, di meccanismi, di ingranaggi.
E sempre per la prima volta si evitano di alzare cortine di fumo per allontanare la gente e confonderla per non averla tra i piedi. Del resto è noto che sia vietato “disturbare il manovratore”.
Ora però tutto si è rimesso in movimento e nel 2012 assisteremo a importanti e innovativi cambiamenti. Il primo sarà quello di una più concreta e consapevole partecipazione popolare. Per anni come bambini stupefatti di fronte ai pop corn fumanti, gli italiani imbambolati si sono fatti trascinare per mano ovunque senza alzare la mano. E hanno assistito, negli anni, a fatti tremendi e sconvolgenti che però hanno sempre riguardato altri. Gli altri. Esseri lontani. Ora che le pensioni toccheranno tutti. Ora che il caro benzina tocca tutti. Ora che la precarietà tocca tutti, è il momenti di alzare la mano.
Ovviamente anche la nostra terra non può esimersi dal partecipare a questi avvenimenti.
In queste settimane abbiamo assistito alla scomparsa di due figure che hanno costruito parte del nostro paese. Mi riferisco a Maria Eletta Martini e Arturo Pacini. Due grandi vecchi che tanto ci hanno insegnato e tanto ancora ci insegneranno, se avremo l’intelligenza di conservarne la memoria.
Perdiamo due tasselli e rimaniamo orfani, ma questo deve essere sprone per cercare nuovi maestri. Nuovi buoni maestri.
Ovvero uomini e donne che alzando la mano partecipino alla vita formativa della nostra società, perché il domani sarà sempre più fondato sulla solidarietà umana e sociale.
La comunità che vive sulle sponde del Serchio deve alla luce di tutti questi avvenimenti cogliere i segni del tempo per trovare unità di intenti; coesione di vedute e dialettica culturale per arginare i problemi e preparare il domani. Dai Sindaci al più piccolo cittadino, ognuno deve diventare consapevole della forza della comunità. Per questo il 2012 ci chiamerà tutti a perseguire e lavorare intorno ad un unico verbo: partecipare. Partecipare alla vita della cittadina e della valle ad ogni livello, esprimendo giudizi, alzando la mano, stringendo le mani, sorreggendo con le mani, abbracciando.
Il dubbio è che si preferisca ancora “non pensare” e camminare per strada chiudendo gli occhi di fronte al vicino senza pane e pregando un dio strano e minuscolo di preservarlo dai mali del tempo. Come se lo stesso dio che sta vicino all’uomo senza pane possa pensare di togliere ad uno per dare all’altro. Anche questo è un dio nuovo inventato alla bisogna da una società cieca e sorda.
La parola d’ordine è quindi partecipare.
Per tutto questo Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana e il Giornale di BargaNews lanceranno a partire dalla prime settimane di gennaio i primi sondaggi tra i cittadini per organizzare i primi Stati Generali della Garfagnana e terre del Serchio, dove si parlerà di politica, di sanità, di economia, di mobilità, di educazione, di scuola, di sport, di ambiente, di turismo.
Stati Generali dove differenti commissioni saranno chiamate a preparare documenti che dovranno essere utili agli amministratori e ai cittadini. Saranno invitati Andrea Marcucci, Nedo Poli e Raffaella Mariani, i nostri rappresentanti in Senato e alla Camera dei deputati, per costruire con loro il ponte ideale con le grandi istituzioni.
Insomma in altre parole ci appresteremo nel 2012 a “disegnare il futuro della nostra terra”.
Andrea Giannasi

Leggere Gustando: il festival del libro in Garfagnana dal 21 al 24 luglio

Leggere gustando a Castelnuovo di Garfagnana

Dopo l’ottimo successo ottenuto nel 2010 torna dal 21 al 24 luglio a Castelnuovo di fronte alla Rocca Ariostesca una nuova edizione del “Leggere Gustando” l’evento enogastroletterario che unisce libri, prodotti tipici locali, storia e cultura della Garfagnana.
Ogni sera dalle 20,30 si parlerà di libri con degustazioni di prodotti tipici della valle con scrittori, giornalisti e nuovi autori.
Inoltre saranno allestite anche una esposizione di macchine da scrivere che racconteranno la storia della scrittura meccanica (dalle antiche Torpedo alle innovative macchine elettriche) e una mostra di copie del 1948 de “Il Candido” il famosissimo settimanale di satira politica diretto da Giovanni Guareschi.
Si inizia giovedì 21 luglio con Garfagnana editrice racconta. Incontro letterario con Roberto Andreuccetti autore del romanzo “Castello 1908”. Un viaggio nella vita contadina di 100 anni fa.
A seguire si terrà l’incontro moderato da Andrea Giannasi con Vincenzo Pardini (Fandango), con letture di testi di Piero Nannini dal titolo Lupi e briganti: Ludovico Ariosto e la sua Garfagnana.
Durante la serata si svolgerà I Tipici Atipici: Spazio degustazione di Antica Pasticceria Fronte della Rocca.
Venerdì 22 luglio per l’anteprima Garfagnana editrice racconta, incontro letterario con Adolfo Da Prato autore del libro “Un amore grande”, un viaggio tra poesia e paesaggi della Alpi Apuane.
A seguire Tutto quello che avresti voluto sapere ma che nessuno ti ha mai raccontato.
Incontro con Alvaro Ranzoni (giornalista e collaboratore della BBC di Londra, inviato speciale di Panorama e reporter di guerra da vari fronti). Intervista di Andrea Giannasi.
Durante l’incontro letterario “Spazio degustazione”. La serata sarà interamente dedicata ai prodotti di Coop con il direttore Giovanni Rombolini.
Sabato 23 luglio si terrà lo spettacolo di letture e musiche dal titolo  Pietro da Talada: un pittore del Quattrocento in Garfagnana.
Incontro con Normanna Albertini, Umberto Bertolini, Dino Magistrelli sulla storia e le leggende legate al nome del pittore autore del Trittico di Borsigliana. Letture e canti dell’attrice Marina Coli.
Durante la serata si svolgerà “I Tipici Atipici” Spazio degustazione di Antica Pasticceria Fronte della Rocca.
Infine domenica 24 luglio per  Garfagnana editrice racconta, incontro letterario con Manuela Domenicali autrice  di “Una storia d’amicizia”. Un lungo racconto alla ricerca della sincerità e dell’amicizia.
E alle ore 21,00  Sono più matti gli scrittori o i lettori? Incontro con il drammaturgo Claudio Beghelli e lo psichiatra Roberto Infrasca. Modera Andrea Giannasi.
Durante l’incontro letterario “Spazio degustazione”. Alcuni produttori della Garfagnana presenteranno e faranno degustare al pubblico formaggi, latticini, salumi, mieli, vini e birre del territorio. A cura di Garfagnana Orgolosa.
Il Leggere Gustando organizzato da Il Giornale di Castelnuovo, da Prospettiva editrice, da Garfagnana editrice, da Prospektiva rivista letteraria e patrocinato dal Comune di Castelnuovo di Garfagnana, dalla Comunità Montana della Garfagnana, dal Gal Garfagnana, è inserito nel programma di Ponti nel tempo, con il concorso di InGarfagnana, di Compriamo a Castelnuovo, e la partecipazione di Coop Tirreno, Antica Pasticceria Fronte della Rocca e Garfagnana Orgolosa.
“Leggere Gustando” è inserito nel circuito letterario Nazionale che già comprende altre regioni quali la Toscana (Comune di Barga – Lucca), il Lazio (Civitavecchia-Roma e Terracina-Latina), Puglia (Novoli-Lecce) e la Calabria (Cropani Marina – Catanzaro).

(www.prospektiva.it/festivaletterari.htm)

Nasce Garfagnana editrice

Tanti libri in Garfagnana con una nuova casa editrice

Nasce a Castelnuovo una nuova casa realtà editoriale: “Garfagnana editrice” legata alla storia, alla tradizione, alle virtù di un luogo.
Garfagnana editrice è identità di una valle intera. Perché l’identità è veramente l’unico valore reale che una comunità possiede. Valore scolpito, disegnato, intarsiato dalle generazioni precedenti, che hanno fatto della Garfagnana una terra unica. Un’isola di pietra e poggi, di lavoro e tenacia, di coraggio e caparbietà che deve tradursi in libri da spargere nel mondo come semi.
Garfagnana editrice intende raccogliere il testimone del tempo, conservando a memoria perenne le lettere, le parole, che più di ogni altre aiutano il mondo a riconoscere una terra buona da una cattiva. In buona sostanza la nuova casa editrice vuole costruire in valle una “industria culturale” fatta di libri, eventi, workshop, festival e feste.
Giovanni Pascoli quando giunse nel 1895 si innamorò delle guglie irte e selvagge delle Alpi Apuane e dei morbidi profili degli Appennini. Osservò il Serchio, irruento e giocoso alla sua sorgente, placido e rigoglioso nel suo cammino verso il mare. E percorrendo la strada che lo portava a Castelvecchio disse: “qui c’è Bello e c’è Buono, ed è qui che voglio restare”.
Garfagnana editrice lavora sull’identità ed è riconoscibile per il carattere tipografico, per la carta, per le immagini di copertina, per la grafica, per l’eleganza delle sue edizioni.
Direttore editoriale è Andrea Giannasi e il sito internet è www.garfagnana-editrice.it
Garfagnana editrice è ogni cittadino della terra che si affaccia sul Serchio, solo modestamente mansueto, pronta a disegnare nel mondo un nuovo disegno letterario.
Garfagnana editrice intende pubblicare tre o quattro titoli ogni anno, curando le edizioni nei minimi dettagli. I volumi saranno rilegati a filo, con carta avorio e un carattere tipografico espressamente dedicato.
Importante per noi sarà lavorare in Garfagnana ma anche e soprattutto portare i libri delle nostre collane fuori dalla valle per valorizzare il nostro lavoro. Questo percorso di diffusione sarà garantito da alcuni distributori nazionali e dalla partecipazione ad eventi letterari, Fiere dei libri e Festival letterari.
Il nostro primo obiettivo sarà partecipare al Salone Internazionale del libro di Torino che si terrà presso il Lingotto nel mese di maggio.
Durante questo evento lanceremo la casa editrice a livello nazionale.
Lo scopo è quello di portare la Garfagnana in decine di libreria dalla Sicilia alla Lombardia, facendo conoscere la nostra storia, la nostra cultura e la nostra tradizione.
Garfagnana editrice, nello stile e nel DNA dei garfagnini quindi sarà un casa editrice in movimento.
La casa editrice si rivolge agli amministratori, ai sindaci, agli enti, agli istituti scolastici, perché si riesca a costruire una sinergia di intenti che possa far unire la cultura letteraria alla cultura del territorio, perché una copia di un libro venduta a Milano o Palermo deve diventare un biglietto da visita per l’intera valle e la sua economia.

Garfagnana editrice ha tre collane:
VALLISNERIA dedicata alla saggistica. Il titolo deriva da Antonio Vallisneri nato a Trassilico, scienziato e naturalista, ma soprattutto autore in italiano delle proprie opere. In suo onore, Linneo ha chiamato Vallisneria un genere di piante acquatiche appartenente alla famiglia delle Hydrocharitaceae.
MALEGUZZO dedicata alla narrativa. Il titolo deriva dalla IV Satira di Ludovico Ariosto interamente composta in Garfagnana. “Maleguzzo cugin, che tacciuto abbia nonti maravigliar, ma maraviglia, abbi che morto io non sia ormai di rabbia”.
PERVINCA dedicata alla poesia. Giovanni Pascoli scrisse questa poesia intitolandola Pervinca.

Info e note www.garfagnana-editrice.it
email: garfagnanaeditrice@yahoo.it

Pietro da Talada: il progetto sul maestro del trittico di Borsigliana

Lanciato il progetto su Pietro da Talada il “maestro di Borsigliana” nato da una sinergia tra Prospettivaeditrice, Interrete, Il Giornale di Castelnuovo e la scrittrice Normanna Albertini.

Questo importante artista emerge dal buio dell’oblio nel 1963, quando Giuseppe Ardighi lo attesta come autore del trittico visitabile nella chiesa di Santa Maria di Borsigliana (Piazza al Serchio), opera sino ad allora attribuita a Gentile da Fabriano o ad un pittore di scuola lombardo – valenzana, esponente del gotico internazionale.
Talada viene invece riconosciuta come luogo di origine del pittore quando, in un inventario degli inizi del secolo, viene recuperata la precisa descrizione della Madonna del Bambino di Rocca di Soraggio (Sillano), dove compaiono il nome del committente (Joannes Calesbarius) e la firma dell’autore (Hoc opus f… fieri Joannes Calesblarius de Soragio 1463. Et pictus fuit p. me Petrus de Talata).
Alcune ipotesi vedono il maestro di Borsigliana educato artisticamente in ambito reggiano, spartito tra montagna reggiana e Garfagnana, dove poi ha esercitato. Uno degli aspetti particolari della cultura del pittore è l’accuratezza con cui egli si prodiga nella rappresentazione dei particolari, difficilmente colti dall’osservatore, quindi eseguiti forse per compiacimento personale: le acconciature delle sue Madonne e i particolari degli abiti dei Bambinelli, che ne magnificano la bellezza.

Formano il corpus del pittore le seguenti opere:
Il trittico di Borsigliana “Madonna col Bambino tra i Santi Prospero e Nicola”, noto nella storia dell’arte toscana anche per un furto e un tentativo di esportazione illegale.
“Madonna col Bambino”, oggi a Lucca, nel museo nazionale di Villa Guinigi, proveniente dalla chiesa di Rocca di Soraggio.
“Madonna Assunta”, nella chiesa di Santa Maria Assunta di Stazzema (Lucca), uno pseudotrittico che si può ammirare sulla parete sinistra dell’altare maggiore, l’opera pittorica più importante della Versilia.
“Madonna col Bambino” della chiesa di Santa Maria di Capraia di Pieve Fosciana, dove Maria insegna a leggere a Gesù tenendo in mano un libro aperto sulla pagina del Magnificat, mentre il bambino unisce vocali e consonanti su una tavoletta di legno.
“Madonna col Bambino” appartenente ad una collezione privata a Firenze.
“Madonna col Bambino tra i santi Lorenzo e Giovanni Battista nel santuario della Madonna del Soccorso, Corfino di Villacollemandina.
“San Giovanni Battista”, facente parte del trittico di Soraggio, acquisito dal museo nazionale di Lucca.
“I quattro santi” di Vitoio Carbongiano, resti di un polittico, rifilati ai margini e ricomposti in un’ancona lignea ai lati di una madonna cinquecentesca.

Le pitture di Pietro sono contrassegnate da stilemi tardo gotici che, ad una lettura superficiale, paiono fuori luogo, dato che già dal secondo decennio del Quattrocento si andava affermando il Rinascimento. Eppure, Pietro non è un’eccezione. Lo storico olandese Johan Huizinga (1872 – 1945) dimostra l’originalità e i caratteri creativi, non solo replicanti, dell’arte (e dell’architettura) gotica di quel periodo. Gentile da Fabriano, così simile a Pietro da Talada, non si limita alla reiterazione del gotico giottesco tradizionale, ma esprime una continua e originale ricerca. Stessa originalità che ritroviamo nelle tavole di Pietro. In quel periodo, inoltre, le piccole corti delle Marche fiorivano di scuole ed opere, in feconda relazione con Bologna e Ferrara (capitale del Ducato estense, di cui la Garfagnana era parte), Venezia e la Lombardia. Tanti maestri delle Marche, insieme ad altri provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, operarono nella penisola. In Toscana, tra il 1411 e il 1434, lavorò Alvaro Pires de Évora, portoghese, interessato (come il maestro di Borsigliana) all’umanità e ai caratteri dei personaggi, oltre che alla cura per i dettagli. Anch’egli fa un uso abbondante di oro, azzurrite, rosso garanza (robbia).
Da Firenze partirono i grandi maestri del gotico internazionale: Gherardo Sternina – che ritroviamo in Spagna, a Valencia – e Dello Delli, nominato Cavaliere del re di Castiglia. In un’Italia suddivisa in 13 stati, per la prima volta, dopo molti secoli, non si registrano invasioni straniere. La relativa “pace” permette il fiorire delle arti. Sotto Nicolò III d’Este (1384-1441) Ferrara, capitale del Ducato che tagliava a metà la penisola e che comprendeva la Garfagnana, era diventata un grande centro culturale. Al concilio di Ferrara, nel 1438, il pittore “ufficiale” è Pisanello, al quale Gentile da Fabriano (prima attribuzione del trittico di Borsigliana) , morendo a Roma nel 1427, aveva lasciato gli strumenti da lavoro.

Garfagnana in Giallo: il concorso dedicato ai giallisti

Dopo il successo della prima edizione ecco il bando del secondo Garfagnana in Giallo.
Nasce in Garfagnana l’idea di costruire un concorso letterario dedicato ai racconti gialli che devono trovare ambientazione nella valle della Toscana lucchese. Castelnuovo con la sua rocca ariostesca, Castiglione e il suo castello, San Romano, Vagli, i grandi laghi, le vette apuane, le antiche battaglie e i passaggi degli eserciti, possono essere scenari dei racconti dei partecipanti.
Il concorso è indetto e organizzato da Il Giornale di Castelnuovo e patrocinato dal Comune di Castelnuovo di Garfagnana, dalla rivista letteraria Prospektiva e dall’Associazione per il Turismo in Garfagnana e Media Valle del Serchio.

Il premio è diviso in due sezioni. Giallisti in erba, alla quale possono partecipare giovani fino a 16 anni compiuti e Giallisti investigatori, ovvero tutti gli scrittori sopra i 16 anni.
La giuria premierà i migliori racconti con la pubblicazione di un libro e con la cerimonia a Castelnuovo di Garfagnana (Lucca) che si svolgerà nell’autunno del 2010. Tutti gli autori inseriti in antologia riceveranno una copia del libro e un diploma. Durante l’evento verrà premiato il miglior racconto per ciascuna sezione, con una targa e premi di produzioni artigianali e alimentari della Garfagnana.

La giuria è presieduta da Enrico Luceri (autore Mondadori e vincitore del Premio Tedeschi) e composta da Andrea Giannasi, Sabina Marchesi, Barbara Coli e Maurizio Poli. Presidente onorario è il sindaco di Castelnuovo di Garfagnana.
La scadenza del concorso è posta al 15 settembre 2010.

I partecipanti devono inviare un racconto giallo ambientato in Garfagnana della lunghezza massima di 10 cartelle in formato A4. Il testo deve essere inedito e l’autore ne deve certificare la piena proprietà e il diritto d’autore. Ogni partecipante può iscrivere anche più di un racconto. Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione all’interno dell’antologia e sul sito internet della rivista letteraria Prospektiva senza aver nulla a richiedere. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli autori che cedono dunque il solo sfruttamento dell’opera per la pubblicazione e per l’inserimento sul sito di Prospektiva.

Le opere possono essere spedite in una unica copia cartacea alla segreteria del premio: Garfagnana in Giallo c/o Il Giornale di Castelnuovo, via Trav. Vecchiacchi 17 – 55032 Castelnuovo di Garfagnana (Lucca) oppure via email a garfagnanaingiallo@yahoo.it contestualmente alla ricevuta di versamento dell’iscrizione.
I risultati del premio verranno comunicati sul sito www.ilgiornaledicastelnuovo.it e sul sito http://garfagnanaingiallo.wordpress.com
Ogni finalista riceverà una comunicazione postale (email o cartacea).
La quota di partecipazione è stabilita in euro 15,00 per ogni racconto presentato da versare su conto corrente postale n. 11507530 intestato a Giannasi Andrea editore.

A proposito di Meccanica Celeste di Maurizio Maggiani

Mica potevamo tenerlo nascosto per sempre il nostro segreto. Certo che ci voleva un viaggiatore come questo Maggiani Maurizio per scavare così profondamente, fino a valicare anche l’ultimo uscio, quello più angusto, e finire diritto, proprio dentro, laggiù. Del fardello si sapeva solo noi e non si andava certo a raccontarlo in giro. Son cose che non si dicono. Non sta bene dir del volo della Cicogna e del pilota mitragliatore malefico, e della Duse e la Santarellina. Per non parlare della storia della fucina di Metello e dei suoi pennati. La Melina, la ‘Nita e la Francese e così altri come tante figurine in fila.
Andava bene che maurì maurì disegnasse la gatta maolì o la gatta cleme, o delle storie d’anarchia che neppur partendo da Alessandria si può pensare di stanarle. E perfino il perfino ci ha tirato la coperta dai piedi, dopo aver letto della meccanica celeste.
E mi domando: non poteva il Maggiani Maurizio comprarsi un pezzo di cielo dai Tagil, come casa e fare un sogno con Jasmina? No. La voce si è spinta fin quassù con la finestra proprio in faccia all’Uomo Morto, che neppure lui ha risparmiato andando a dirlo a tutti, che ora come si farà non lo sa proprio nessuno.
Tutto quello scorrere lento in attesa dell’offensiva di Natale del ’44 e di tutto quel correre su e giù per i poggi, tra sacchi di iuta e scarponi cotti dal sole.
Di chiodi all’aria ce n’è un bel mucchio, con il pittore Nazzareno a cercar di rendere ordine ad un paesaggio già pittato e asciutto. Asciutto e lo sottolineo e lo riscrivo: asciutto. Tanto che non occorreva certo tirarsi fin qui per rimettere in pasta i colori sulla tavola.
E alla via.
“Qui tutti si ricordan tutto e tutti”; vero caro romanziere, ma ognuno le cose se le tiene per sé, perché a buttarle fuori tutte insieme nell’aia, alla fine finiscono che si sciupano. E poi non sta bene per una terra gravida come la nostra. Si rovina, che va tenuta bene, accudita, fasciata e passata con del lino solo al mattino presto.
Gravida di passaggi su ponti in terza classe, di gesso e diamanti sudafricani, la terra è buona per il farro, e non certo per le fole.
Ma forse niente o tutto, è vero. Forse è tutta canzone del Maggiani Maurizio e il distretto non è la Garfagnana. Anzi non lo diciamo neppure noi, così, per evitare.
Insomma è tutto uno scherzo, di quelli che si fanno alle prade tra un tocco di biroldo e lardo e pecorino e lo striscino a far compagno. I viottoli nelle selve le conosciamo solo noi. Quelli dei fungai solo loro.
E non termina. Non ha fine. Lo sapeva il Maggiani Maurizio che qui c’è gente che di bombe svampanti ne ha da gettar via ad ogni passo. Anarchici, forse, ma neppur questo si può dire.
L’hanno pure scolpito sull’uscio a Fabbriche nel 1523 per segnare il passo.
Suvvia senza storie: se vuol ballare si metta mano alla fisarmonica, ma senza fraintendimenti. Ora che l’ingranaggio è scoperto, è violato, che ci si sfianchi pure fino al tramonto, che dopo c’è pure da riposare, guardando a settentrione la Pania di Corfino.
Ma che ci si rammenti: di come sapeva maneggiar le motociclette l’Aristo ce n’è ancora quassù, ma almeno questo il Maggiani Maurizio non è andato a dirlo in giro.

Tutto questo discorrere è dovuto ad un meraviglioso libro che porta il titolo di “Meccanica celeste” appena uscito per Feltrinelli e scritto da Maurizio Maggiani. Con la copertina rossa vermiglio e la bomba e le tre fiamme che sono lo stemma della Garfagnana troverete la nostra storia. Non quella composta da fatti e date, ma proprio la nostra storia personale, intima e segreta. Insomma “Meccanica celeste” è il nostro libro.
Da leggere e rileggere.
Soli come siam sempre stati.

Andrea Giannasi

Per la Giornata della Memoria una via per Sigmund Karpeles

Il 27 gennaio in tutta Europa si ricorderà l’Olocausto con la Giornata della memoria. Ebbene Castelnuovo tra il 1941 ed il 1943 ha vissuto direttamente il dramma degli ebrei. Infatti a partire dall’estate del 1941 giunsero nel capoluogo della Garfagnana 80 persone, tra uomini, donne e bambini. Era ebrei fuggiti dall’Austria, dalla Germania e dalla Polonia alla fine degli anni ’30 e internati in alcuni campi nel sud d’Italia.
A Castelnuovo vissero nei pochi alberghi tra i quali il Globo e il Vittoria in Piazza Umberto, l’Aquila d’Oro in vicolo al Serchio, Il Palmarino in Santa Lucia, e ospitati presso molte famiglie castelnuovesi. Vissero alla Madonna, in Santa Lucia, a Torrite, al Crocifisso, i Centro e avevano una piccola Sinagoga alla Barchetta.
Tanti ricordano ancora quei giovani, quei bambini, che il 5 dicembre del 1943 furono fatti affluire al campo di concentramento di Bagni di Lucca e poi con treni piombati spediti nei campi di sterminio. Tanti, la maggior parte di loro, furono gasati o morirono di stenti o violenze. Pochi tornarono negli anni dopo la guerra, passata la bufera a ricordare l’ospitalità ricevuta.
Tra gli ottanta ebrei vissutia Castelnuovo con cura e passione c’era anche Sigmund Karpeles, ebreo polacco, nato molto probabilmente nel 1897 a Cracovia e morto a Castelnuovo il 19 gennaio 1943. Ebbene a distanza di 67 anni chiediamo di intitolare una via o una piazza a Sigmund Karpeles ebreo perseguitato dal nazismo e dai totalitarismi.
Questo per proseguire nel ricordo, per non dimenticare, per non avere mai più uno sterminio razziale. Sigmund Karpeles è venuto dalla Polonia a morire in Garfagnana ed è dovere ricordare.
Ebbene il Giornale di Castelnuovo si fa promotore di questa iniziativa certo della sensibilità degli amministratori e della volontà di non dimenticare dei cittadini.

La fine degli alpini della Garfagnana

Quando nel 1941 la Germani nazista invase l’Unione Sovietica Mussolini iniziò a chiedere insistentemente che anche le truppe italiane partecipassero all’offensiva. Dopo alcune settimane Hitler accettò l’invio di un Corpo di spedizione italiano (CSIR) che fu disposto nel settore del Donetz.
Dopo un primo inverno di guerra in terra russa e la vitale necessità di nuove truppe l’Italia spedisce altre divisioni organizzando l’intero corpo italiano in una vera e propria Armata meglio nota come ARMIR. Della stessa facevano parte le divisioni alpine Cuneense, Julia e Tridentina. Nella Cuneense e nella Julia combatterono la maggior parte dei giovani garfagnini arruolati fino alla classe del 1922. Per molti fu la prima e ultima tragica esperienza di guerra.
In verità però numerosi garfagnini avevano già combattuto nel giugno del 1940 sulle Alpi francesi e poi dopo il 28 ottobre sul fronte greco nel famoso battaglione Dronero, cittadina vicino a Cuneo gemellata da anni con Castelnuovo.
Il battaglione Dronero (che faceva parte del 2° reggimento della Cuneense) era partito per il fronte russo nell’estate del 1942. Cinquanta tradotte attraversarono l’Austria, la Germania, la Polonia, poi da Minsk, fino a Slavianks e Losovaja. Infine a Androwka, una decina di chilometri sopra il mar d’Azov (alle spalle di Stalingrado). In un primo momento infatti gli alpini avrebbero dovuto combattere sui monti del Caucaso, poi a fine agosto giunse l’ordine di spostarsi di altri 600 chilometri più a nord per raggiungere la pianura ucraina di fronte al fiume Don. A piedi gli alpini iniziarono lo spostamento subendo la prima vittima. Non fu un garfagnino ma un cuneense di 22 anni, a morire annegato durante il bagno in un fiume. Anche questo porta la guerra.
Dopo pochi giorni il 2° reggimento era in linea sul Don. I battaglioni Dronero, Borgo San Dalmazzo e Saluzzo iniziarono a costruire numerosi bunker mentre tutta la linea era quasi assopita. I russi non si muovevano mentre gli alpini garfagnini e cuneensi scavavano trincee e una vera e propria cittadella sotterranea. Iniziò una guerra di pattuglie, sortite, qualche cannoneggiamento e l’arrivo del “generale Inverno”. A ottobre la temperatura era già abbondantemente sotto zero. A dicembre superò i -25°. Troppo per i nostri alpini che cercavano di sostituire gli scarponi, che si congelavano e si aprivano come scatolette, con i russi “valenki” di pelo.
Il 24 dicembre, dopo che le divisioni di fanteria italiane erano già state investite dall’avanzata, anche le divisioni alpine della Julia, della Tridentina e della Cuneense vennero attaccate dai Sovietici. L’ARMIR in pochi giorni scomparve dalla linea e si frazionò in diversi tronconi con migliaia di uomini che cercavano di ritirarsi. Le divisioni alpine ricevettero per ultime l’ordine di ripiegare: era il 17 gennaio. La Julia, la Tridentina e la Cuneense iniziarono su tre direttrici il ripiegamento che ben presto diventò rotta e le tre linee da seguire diventarono una unica grande fila indiana composta da 50mila alpini tra i quali i garfagnini. I ritardi, gli attacchi, gli errori di spostamento nella tormenta trovarono come ultima grande divisioni proprio la Cuneense e a chiudere la lunga fila il nostro battaglione Dronero. Dopo otto giorni di combattimenti, morti per congelamenti, caccia alle isbe, incendi, follia e gesti di grande umanità tutto finì. La Julia e la Cuneense furono decimate, mentre solo la Tridentina riuscì ad uscire dall’accerchiamento. Nel mentre nella cittadina di Waluiki uno ad uno furono presi prigionieri i resti della Cuneense, iniziò in quelle ore un nuovo dramma.
In migliaia ripresero la strada al contrario nella lunga marcia del “davai”. A metà febbraio del 1943 gli alpini furono smistati in alcuni campi mal organizzati e custoditi da soldati russi asiatici terribili e impietosi. Lungo il cammino furono molti i congelati, i feriti, gli ammalati che perirono. Nel marzo del 1943 negli internamenti italiani si diffuse il tifo petecchiale che uccise centinaia di uomini già debilitati. Del resto non c’erano a disposizione medicine. Nell’estate fu la dissenteria a far perire altre centinaia di alpini. In autunno i prigionieri erano ridotti a poche migliaia.
Solo dopo la guerra e fino al 1954 l’Unione sovietica restituì i prigionieri italiani rimasti in vita. Dei quasi 50.000 alpini partiti (erano circa 16.000 per divisione) si calcola che 30.990  furono inghiottiti dall’inverno russo. Più di 9.000 ne uscirono feriti o congelati.
In Italia per anni interi paesi aspettarono i prigionieri ma dall’Urss ritornarono solo in 10.030.
Nel triste computo partirono in 229.050 (consideriamo tutte i corpi dell’ARMIR) e 137.128 morirono in Russia.
Infine una considerazione. Il battaglione Dronero giunse in linea a settembre del 1942 e non sostenne mai grandi combattimenti. Anche durante la ritirata fu impiegato come riserva ai battaglioni Saluzzo e Borgo (che furono decimati negli scontri). Si presume dunque che la maggior parte dei garfagnini che ne fecero parte riuscirono a salvarsi durante la ritirata e che solo l’oblio e il silenzio sovietico non permisero ai parenti in Italia di conoscere la verità sulla fine dei loro cari. Giovani alpini morti nei campi di concentramento e mai dimenticati dalle loro famiglie.
Andrea Giannasi

Il maledetto Duca di Modena

Il Duca Francesco IV d’Austria d’Este reggente di Modena nel 1828 fece un lungo viaggio che lo condusse anche in Garfagnana. Il 29 luglio da Pievepelago partì a cavalo con un Dragone e due fedeli consiglieri, mentre il resto del piccolo seguito – il cuoco con i muli, il facchino di cucina e i due servitori dei cavalieri – scese per la via di San Pellegrino per giungere quanto prima a Castelnuovo.
Il Duca era nato da Ferdinando d’Asburgo-Este e da Maria Beatrice d’Este. Ereditò dal padre il ducato di Modena e Reggio e dalla madre Maria Teresa Cybo-Malaspina il Ducato di Massa e Principato di Carrara. Sposò Maria Beatrice di Savoia figlia di Vittorio Emanuele I.
“Giunsimo alla cima dei monti Appennini al passo detto del Saltello, che non è alto e che si deve passar sempre bene poiché ha boschi fino in cima, da una e dall’altra parte e vi si arriva sempre fra boschi specialmente dalla parte di tramontana e il passo forma come una schiena d’asino prolungata e su quella cresta si ritorna come indietro, volendo andar al Sillico, in direzione del monte San Pellegrino, per un pezzetto e poi si scende piano piano sulla cresta d’un’altra montagna perpendicolare all’Appennino che scende dal Sillico e la strada scende sempre dolcemente per quella cresta e poi avvicinandosi al Sillico la scesa è più forte”.
Francesco IV era noto in tutto il Ducato per la sua rigida educazione asburgica. Non tollerava sommovimenti tanto che nel 1820 emise un decreto contro i carbonari e il Tribunale di Stato processò quarantasette persone accusate di appartenere alla Carboneria. Di questi nove vennero condannati a morte; a pagare con la morte però fu solo il sacerdote don Giuseppe Andreoli.
Sanguinario e dittatoriale disponeva di un corpo di Polizia pronto a tutto.
Ma proseguiamo il viaggio.
In poche ore di cammino il Duca passò dal Sillico (a piedi per via della pendenza della via), dall’eremo di Capraja “ove sta un eremita ed evvi una bella cappella”, per giungere fino ai bagni di Pievefosciana che “sarebbero frequentati se vi fossero comodi, che non vi sono, disputandose la proprietà alcuni possessori vicini”.
Poi a Pievefosciana si fermò un momento in casa Pierotti per poi scendere a Castelnuovo ove giunse alle sette.
Lì a riceverlo trovò il Governatore, l’Abbate, il consultor Bertagni, il Podestà Girolami. Poi tutti a pranzo e “la sera girammo l’illuminazione della città e poi a casa e poi a letto alle 11 ore”.
Il giorno successivo – mercoledì 30 luglio 1828 – il Duca, che aveva dormito in Rocca, girò per le stanze a vedere i lavori di sistemazione e di ampliamento. Si deve infatti a quel periodo la realizzazione della struttura interna della Rocca.
Il Duca si dedicò poi agli eventi ufficiali e alle critiche feroci nei confronti dei rettori del seminario: “Alle 9 andai in uniforme, colla banda in musica, in formalità alla chiesa cattedrale, alla messa e benedizione, dopo feci fare qualche esercizio sulla piazza alla Compagnia nuova urbana, di cui fui contento, poi andai a vedere il seminario. […] Stanze per seminaristi sono 24 camerate: aggrandibile non è che unendo quello che ora è caserma. Il rettore, parroco di Sillano, don Bosi, è un buon uomo, di modi dolci, ma troppo buono, per contener ragazzi; il vicerettore e prefetto, don Bianchi, di Tendola, non è rispettato dai giovani è buono ma di poco polso e piuttosto ignorante”.
E’ giusto osservare che il Duca, ossessionato dalle trame napoleoniche e rivoluzionarie della Carboneria, aveva imposto il numero chiuso a giurisprudenza e fatto aprire solo collegi ben controllati. Per questo aveva in desiderio che  anche al seminario di Castelnuovo vi fosse più disciplina e rigidità.
Francesco IV andò poi a far visita agli uffici di Finanza, della dogana, i magazzini del sale, l’ufficio postale, la caserma dei Dragoni. Poi passò dalla marchesa Grimaldo Malaspina “che era di parto d’un figlio che feci tener battesimo in mio nome e vidi che d’alloggio il Marchese Malaspina con figli è molto ristretto non ha che 4 camere e sotto una cucina”.
Ritornato in Rocca il Duca ebbe diverse udienze e poi dopo pranzo cavalcò verso San Carlo dove riscontrò che la nuova strada, già costata molto, non solo non era ancora terminata ma correva parallela al vecchio tracciato. Visitò il cimitero (che avrebbe avuto gli archi come quello di Bologna) e poi salì fino a Monte Alfonso dove si stavano facendo lavori di sistemazione di alcuni grandi cassoni destinati a conservare la farina.
In fortezza a quei tempi si trovava anche il Monte dei pegni diretto da tal Dinelli, che aveva in giro capitale per 8 mila franchi. Il Duca però ricorda che “manca un armadio forte ferrato per contener gli oggetti preziosi, ora tutti confusi in una cassa di ferro”.
Alla seconda sera una compagnia comica di Barga al teatro recitò per Francesco IV la commedia ‘Due case in una’.
Il giorno seguente – 31 luglio 1828 – dopo aver udito la messa nella cappella della casa, detta da don Magalli, il Duca si ritirò in riunione con i marchesi Tommaso e Federico Malaspina.
Poco dopo partì un corteo che accompagnò i modenesi fino a Campori. Il gruppo risalì fino a Chiozza e poi a San Pellegrino dove il reggente salutò il conte Ippolito Nobili di Lucca che era proprietario dell’ospizio
Fu così che Francesco Giuseppe Carlo Ambrogio Stanislao IV duca di Modena, Reggio e Mirandola, duca di Massa e principe di Carrara, arciduca Asburgo-Este, principe reale di Ungheria e Boemia, Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro lasciò la Garfagnana.
Nel 1831, dopo una presunta insurrezione di Ciro Menotti – che il Duca conosceva e frequentava – la corte si rifugiò a Mantova per poi rientrare a Modena dove, come primo gesto politico, Francesco IV fece impiccare alla Cittadella il Menotti. Importante ricordare che alla Pieve fu sventolato per la prima volta il tricolore da alcuni liberali. Grazie a questo la comunità fu soppressa dal Duca fino al 1836.
Il nostro Duca morì a Modena il 21 gennaio del 1846 all’età di 67 anni.

Piergiorgio Leaci

Ringraziamo per questo articolo la casa editrice Antiche Porte di Reggio Emilia che nella collana Le Tracce sta pubblicando i documenti dell’Archivio di Stato di Modena nel fondo dell’Archivio Austro Estense. Nello specifico questo brano è ripreso dal Giornale dei viaggi del Duca Francesco IV.
Nelle immagini il Duca e la moglie Maria Beatrice

La verità su Sant’Anna di Stazzema

La verità storica su Sant’Anna di Stazzema

Il vero motivo della strage

 

di Andrea Giannasi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli eventi che appartengono alla recente storia italiana sono spesso negli ultimi anni al centro di deformanti ricostruzioni. L’ultima caso – triste perché studiato solo per far cassa ai botteghini dei cinema – è legato al film del regista americano Spike Lee dal titolo “Miracolo a Sant’Anna”. Nel tentativo di dare credito alla partecipazione dei militari di colore alla seconda guerra mondiale, il registra ha distrattamente e pericolosamente “giocato” con la storia macchiando il film di errori tanto gravi da apparire disarmanti.

Ma ricostruiamo la vicenda nella sua interezza.

Per meglio far entrare il lettore all’interno della vicenda madre del film – ovvero l’uccisione il 12 agosto  del 1944 da parte dei tedeschi di 560 tra donne, bambini e anziani – è bene fare un piccolo passo indietro. Studiare dunque i tratti storici e le dinamiche che portarono sul campo di battaglia tedeschi, partigiani e alleati.

Nella primavera del 1944 le armate alleate iniziarono una lenta ma vigorosa e costante avanzata verso il nord Italia. Una dopo l’altra caddero importanti città. Per meglio utilizzare le formazioni partigiane, nella notte tra l’8 e il 9 giugno, il Maresciallo Alexander del comando alleato inviò a tutti i patrioti un ordine nel quale doveva essere primario e perentorio l’obiettivo di uccidere i tedeschi e di distruggere i trasporti. Il comando era puramente militare non considerando dunque le conseguenze di tale ordine sulle popolazioni civili.

Il problema della presenza delle numerose bande partigiane a questo punto diventò primario per il comando tedesco che rispose il 17 giugno 1944.

Il comandante del Gruppo armate C in Italia, feldmaresciallo Albert Kesselring, emanò un ordine per la lotta alle bande con il quale in pratica assolveva da ogni responsabilità ogni ufficiale tedesco che, nella lotta contro i partigiani, avesse assunto metodi anche non conformi all’onore militare. Dopo questo documento, che venne ulteriormente ampliato e confermato dai comandanti della 14a armata Lemelsen e del I Corpo Fallschirmjäger Schlemm, ogni remora che ancora poteva sussistere in alcuni soldati ed ufficiali germanici contro i civili, cadde

Per questo fin dal giugno in tutta la Toscana, dall’aretino fino al massese, si consumarono decine di stragi che portarono ad conteggio sommario e lacunoso alla fine del conflitto di quasi 4000 assassinati. Stragi che non ebbero sempre come motivo scatenante un’azione partigiana. Stragi che non furono sempre compiute da corpi speciali -  come le SS fortemente indottrinate – ma da tutti gli ordini e gradi delle armate tedesche. E le uccisioni non ebbero solo un carattere “politico”.

Va ricordato infatti che i tedeschi stavano approntando proprio a cavallo delle Alpi Apuane la Linea Verde 1 (che divenne poi sul tracciato della Verde 2, la Linea Gotica) e che nell’allestimento a cura della Todt si era ordinato a tutte le popolazioni di lasciare la zona. Inoltre c’era il problema della presenza dei partigiani che andavano annientati.

Il proclama di Alexander, i continui aviolanci di armi da parte degli alleati e l’avanzata verso nord, avevano però stimolato e invigorito le azioni dei partigiani ben presenti con numerose formazioni sulle Alpi Apuane.

Così il 29 luglio del 1944 fu affisso a Sant’Anna un proclama partigiano diretto alla popolazione. In questi si leggeva: “Alla popolazione versiliese! Dopo aver fatto  dell’Italia un orrendo campo di battaglia con tutti i suoi lutti e le sue miserie, i nazisti vogliono ora completare la loro nefanda opera di distruzione con l’esodo in massa di tutta la popolazione. Fino ad ora i tedeschi avevano attuata la deportazione per il lavoro forzato per i soli uomini. Ma la belva nazista non è mai sazia.

Ora vogliono perseguitare anche le donne, i vecchi ed i bambini imponendo loro con bando criminale di allontanarsi dalle proprie case, dalla propria terra per seguire fra sevizie e miserie le disfatte divisioni di Hitles verso il Brennero. Popolo della Versilia!

Non obbedite agli ordini dei barbari tedeschi: le donne, i vecchi, i bambini non abbandonino le loro case e facciano resistenza passiva. Tutti gli uomini si armino con ogni mezzo dal fucile da caccia al forcone: gli eserciti della liberazione sono ormai a pochi chilometri, le formazioni partigiane sono pronte all’azione e risponderanno alle rappresaglie con le rappresaglie.

Alle armi popolo versiliese. La tua libertà e la tua salvezza sono nelle tue mani.

Morte al tedesco oppressore!

Dal comando delle Brigate d’assalto Garibaldi. 29 luglio 1944.”

La risposta non tardò. Pochi giorno dopo il 12 agosto 1944 unità della 16° divisione granatieri corazzati della Waffen SS comandata da Max Simon avvolsero la zona di Sant’Anna di Stazzema radunando e poi massacrando 560 tra uomini, donne, bambini, anziani.

Fu massacro premeditato e indiscriminato al quale i partigiani poco o nulla poterono. E fu la reazione alla scelta da parte dei patrioti e della popolazione civile di resistere ai nazisti.

Va ricordato, ad onore di cronaca e per meglio tracciare il profilo della Resistenza, che pochi giorni dopo sul versante della Garfagnana delle Alpi Apuane si consumò una battaglia nella quale fu distrutta la banda partigiana “Gruppo Valanga”. I partigiani il 29 agosto sul Monte Rovaio non si sottrassero al combattimento proprio per non far ricadere sulla popolazione la vendetta nazista per l’uccisione da parte dei patrioti il giorno prima, di un maresciallo degli alpini germanici. Alla fine furono 19 i caduti e tra questi il comandante Leandro Puccetti, studente di medicina all’Università di Pisa.

Ma in tutto questo i militari di colore cosa c’entrano?

Poco o nulla. I soldati della 92° Divisione “Buffalo” arrivarono in Versilia il 17 agosto – e solo con il 370° reggimento -, ovvero cinque giorno dopo i fatti di Sant’Anna. Rimasero in linea fino all’aprile del 1945 diventando una delle unità peggiori della storia dell’esercito americano. Salvo qualche caso isolato la 92° divenne famosa per le continue diserzioni, fughe di fronte al nemico e nel tratto di fronte della Garfagnana, che difendeva, si consumò l’unica avanzata nazifascista del conflitto. Nella notte di Natale del 1944 su Barga fu sferrato un attacco da parte di unità tedesche che portarono alla fuga e alla dispersione delle unità della “Buffalo”. Soltanto con l’arrivo della 6° divisione Indiana si poté ristabilire una linea del fronte.

Tristemente noti anche i neri disertori che per mesi si nascosero nella tenuta di San Rossore.

Il comandante dell’unità Almond fu costretto a riorganizzare la 92° divisione numerose volte riarmando le unità (durante le azioni gli uomini in fuga perdevano tutto il materiale in dotazione) e rafforzando le compagnie della Polizia Militare. Su tutti i casi di diserzioni risalta l’azione del III battaglione del 366° reggimento che nella sola giornata del 10 febbraio del 1944 su 862 effettivi sul campo ebbe 507 sbandati.

Del resto poco si poteva pretendere in fatto d’armi da uomini di colore comandati da ufficiali bianchi che non trattenevano segni di vivo razzismo.

Insomma una unità che aveva poco credito, scarse capacità belliche e che non poteva essere utilizzata in operazioni militari di largo respiro

In conclusione, come si è osservato, nell’agosto del 1944 a Sant’Anna si consumò una strage figlia del desiderio di “pulizia” nazista, che ebbe una molla scatenante in un bando partigiano e nell’ordine del Maresciallo Alexander di rilanciare l’azione dei patrioti. Un insieme di fattori che non possono essere dunque ricondotti ad un tema da trattazione romanzesca. Il film appare quindi un insieme imbarazzante di errori, falsità, dalla grave conseguenza di stimolare un dibattito politico ignorante e privo di preparazione storica.

Dunque da evitare.

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